14 aprile 2011

Rolex Master Monte Carlo

Alcuni scatti della trasferta monegasca...
La combriccola...


Sugli spalti del centrale


Un servizio di re Roger


Caroline Wozniacki presente per una esibizione


Murray in una pausa dell'allenamento


Tsonga contento per aver battuto Monaco


Federer lascia il campo vittorioso

13 aprile 2011

Rolex Master Monte Carlo, i big

Sul blog non ne avevo ancora scritto, ma il tennis è uno sport che come l'arrampicata e la bicicletta pratico a livello amatoriale e seguo assiduamente in televisione; mi piace vedere i grandi campioni all'opera.
Mi è capitata l'occasione di andare a Montecarlo per assistere a uno dei tornei più famosi del mondo e partecipato da tutti i big.
Ebbene, vederli in azione dal vivo è assolutamente emozionante. Se poi si riesce ad avere un pass per la zona vip, allora si possono incontrare da vicino e con un pò di diplomazia e un pò di faccia tosta si riesce a strappar loro una foto...


Roger Federer, attualmente n. 3 nel ranking mondiale è stato a lungo (credo intorno alle 210/220 settimane) il numero uno incontrastato, classe pura, il tennis nel dna, la perfezione, da tutti o quasi considerato il miglior tennista di tutti i tempi, mi viene la pelle d'oca a rivedere questa foto (io e lui!!!)


Rafael Nadal, attualmente n. 1 al mondo, atleta eccezionale, con la potenza sopperisce alla non purissima classe, un bombardiere, perfetto interprete del tennis moderno che noi vecchiotti non gradiamo molto.


Fernando Verdasco, va e viene dai primi 10 al mondo, considerato il "donnaiolo" del circuito insieme al suo connazionale Feliciano Lopez


Milos Raonic, canadese di origine slava, giovane rivelazione (18 anni) e vero gigante


Tommy Robredo, attualmente n. 29 al mondo, veterano del circuito


Mikhail Youzhny, russo, attualmente n. 14 al mondo


Philipp Kohlschreiber, tedesco, attualmente n. 32 al mondo

3 marzo 2011

Dove sono stato

Non è molto preciso perchè se immetti USA ti evidenzia anche l'Alaska...


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5 agosto 2010

San Vincenzo (Toscana)

Quest'anno le vacanze sono ridotte ad una settimana al mare. Il posto scelto è il villaggio vacanze Garden Club di San Vincenzo in Toscana.
Il villaggio è immerso in un bel bosco di pini marittimi e lecci, i fiori si sprecano...





L'ultima settimana di Luglio la luna da spettacolo



Le giornate in spiaggia passano in serenità, con la mente lontana dai soliti pensieri (quasi...)







Una sera verso l'entroterra si è scatenato un temporale da paura che però ci ha lasciati in pace sulla costa...



Insomma, ci siamo divertiti anche quest'anno.
Un clik sulle foto per vederle in formato originale.

10 dicembre 2009

UNA GIORNATA, UN'ERA

UNA GIORNATA, UN’ERA

1 – L’ACQUISTO
Il mio lavoro mi costringe spesso a spostamenti giornalieri nelle regioni del nord Italia e non sempre l’automobile, per quanto confortevole, si rivela il mezzo adatto. Oggi lascerò la mia casetta a quattro ruote in un parcheggio vicino alla stazione, e con il treno arriverò a Bologna dove devo incontrare delle persone alla fiera dell’edilizia. I biglietti sono già comprati tramite il sito delle ferrovie e ritirati un giorno prima per non trovarmi sorprese al momento della partenza; manca qualche minuto e mi chiedo come diavolo occuperò il mio tempo nelle due ore e mezzo di viaggio. Entro nel negozietto vicino ai binari che vende giornali e piccoli giocattoli e in un angolo trovo uno scaffale con qualche libro.
Di solito per comprare un libro mi reco in libreria, mi piace camminare lento tra gli scaffali carichi, captare l’atmosfera silenziosa e attenta, accorgermi che anche altre persone stanno facendo la stessa cosa e acquisteranno probabilmente un testo completamente diverso da quello che acquisterò io, ma lo fanno nello stesso modo.
Questa volta invece, in un posto dove tutti vanno veloci, dove i treni si fermano giusto il tempo per farti salire e poi via rapidi verso la meta, mi adatto alla situazione e prendo un libro a caso, lo scelgo solo per il colore arancione della copertina e per le dimensioni che lo fanno ideale per la tasca del mio giubbone.
Sul binario 1 le ruote ferrate dell’Eurostar stridono rallentando sulle rotaie; è il mio. Salgo e cerco il posto prenotato, carrozza 3, posto 35, vicino al finestrino. Appena il tempo di levarmi il giaccone, appoggiarlo nell’apposito vano sopra la mia testa e ancora prima di sedermi il convoglio riparte.
Non viaggio spesso in treno quindi mi attardo ad osservare. E’ una carrozza di prima classe e il vagone non è diviso in scompartimenti ma si presenta come un enorme pullman con tavolini pieghevoli davanti alle sedute foderate di blu; non c’è molta gente, dieci persone al massimo suddivise equamente tra i due sessi, tutti adulti, nessun bambino, nessun anziano. Prima di sedermi incrocio lo sguardo con una distinta signora a qualche seggiolino da me, ci scambiamo un muto cenno di saluto, poi entrambi scompariamo oltre gli alti poggiatesta. Mi rialzo per recuperare il libro rimasto nella tasca e mi riaccomodo, penso che il viaggio sarà confortevole e adatto la mia posizione alla forma leggermente avvolgente dello schienale.
Nonostante la positività e la piacevolezza del momento non vedo l’ora di arrivare a Bologna, e non per incontrare i clienti in fiera.

2 – FACEBOOK
Pochi giorni fa, una sera, mia figlia mi chiese di vedere “le foto dove usavi il fucile”, cioè le fotografie scattate durante il servizio di leva appena ventisei anni fa. Pochi foglietti patinati che mi ritraggono con alcuni commilitoni nelle caserme di Orvieto, Aviano e Verona. Scorsi quegli scatti non senza un po’ di nostalgia, ricordando alcuni nomi dei ragazzi ritratti e mi accorsi però di un particolare: non c’era una fotografia con quel fante col quale feci amicizia. Ricordai che rimanemmo due mesi a Orvieto e poi entrambi fummo destinati a Verona, anche se in due caserme diverse e li ci perdemmo di vista senza mai più rivederci, come con quasi tutti i compagni di naja. Ma come si chiamava? Nonostante gli sforzi non riuscii a farmi tornare alla mente quel nome. Pazienza, non me ne dolsi più di tanto. Chiudemmo l’album e…buonanotte si va a nanna.
Quella notte sognai aerei da combattimento e carri armati e svegliandomi di soprassalto dopo una violenta esplosione…ecco nome e cognome Guido G.
Non ci potevo credere; quel nome nascosto in chissà quale angolo della mia memoria era spuntato fuori dal fumo di una cannonata. E non solo, con il nome mi ricordavo anche la città da dove veniva: Bologna.
Ciò che avvenne dopo è una diretta conseguenza.
Ormai l’ogiva di quel colpo sognato aveva fatto breccia nel mio cervello svegliandomi del tutto, così alle due di notte accesi il computer, cliccai sull’icona con la “f” bianca in campo blu ed eccomi nel tormentato e troppo frequentato mondo di Facebook. Trovai l’area “cerca amici” e digitai quel nome ritrovato; apparvero cinque contatti e uno era sicuramente lui.
La piccola fotografia del suo profilo non mentiva, pur con qualche anno in più non c’erano dubbi che fosse Guido. Subito avviai la richiesta di amicizia con un messaggio: “5° scaglione 1983, Orvieto, sei sempre uguale” il mio nome lo avrebbe visto nella richiesta.
Tornai a letto e nonostante le cannonate e l’eccitazione trascorsi una notte tranquilla.
Erano quasi le nove del mattino di quel sabato quando mi svegliai. Caffè veloce e via verso il pc. Ottimo, Guido aveva accettato la richiesta di amicizia, ma il suo messaggio di risposta mi deluse un po’. Si ricordava perfettamente del mio nome ma non aveva presente il mio volto; caspita, esattamente il contrario di ciò che era successo a me.
Colpo di genio e potenza dell’informatica; fotografai una foto di allora e gliela inviai via mail. Un successone, la visione di quello scatto riaprì i cassetti della memoria anche a lui e il desiderio di rivederci fu reciproco.
Lo misi al corrente che di li a pochi giorni mi sarei recato a Bologna e stabilimmo che l’avrei chiamato il giorno prima.


3 – IL LIBRO
Finalmente posso dedicarmi alla lettura, ma ahimè mi accorgo di aver acquistato uno di quegli inutili libri scritti dai comici della televisione, una raccolta di battutacce trite e ritrite che difficilmente mi faranno sorridere. Sconsolato faccio cadere le braccia sulle ginocchia piegate e il mio sguardo si perde oltre il finestrino. La nebbia avvolge il paesaggio e le gocce condensate corrono sul vetro in direzione opposta a quella del treno. Torno a guardare davanti a me, ma la stoffa blu del sedile di fronte non mi comunica nulla. Nel tentativo di tornare a guardare la copertina, abbassando la testa mi accorgo che c’è qualcosa su quel sedile; mi sporgo leggermente oltre il tavolino e…sorpresa! Un libro. Qualcuno l’avrà dimenticato, oppure…ma certo, perché no; potrebbe trattarsi di quello strano scambio culturale che prevede di abbandonare un proprio libro in un luogo pubblico, chiunque lo può prendere, a patto di lasciarne uno suo: cross booking.
Non darei un mio libro a nessuno, figuriamoci abbandonarlo su un treno o in un bar. Ma stamani ho acquistato qualcosa che probabilmente avrei buttato.
Mi guardo intorno e non vedo indizi che mi suggeriscano la presenza di altri passeggeri che l’abbiano lasciato momentaneamente incustodito per recarsi altrove, che ne so, alla toilette o ritirata, come ancora viene chiamata sui treni.
Bene. Mi sento autorizzato allo scambio. In questi tempi di virus pandemici prendo una blanda precauzione prima di maneggiare un oggetto che probabilmente è stato toccato da parecchie persone. Un po’ di gel antibatterico sul palmo della mano, friziono per bene e mi sporgo un po’ oltre il tavolino. Allungo le braccia verso quel regalo inatteso, come un bambino a Natale, lo afferro e mi accomodo un’altra volta sul sedile assegnatomi dal caso.
Si tratta di un libro di Roy Lewis e il titolo recita “Il più grande uomo scimmia del pleistocene”. Sono sicuro di averne già sentito parlare ma il nome dell’autore non mi dice nulla, il titolo invece mi ricorda qualcosa.
Estraggo il BlackBerry dalla tasca della giacca, mi connetto e digito “Roy Lewis” nel motore di ricerca della famosa enciclopedia multimediale. Il risultato è abbastanza deludente; data di nascita, di morte e i titoli dei tre libri scritti. L’ipertesto mi permette di cliccare sul titolo che mi interessa e trovo una breve descrizione.
“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene è un romanzo di genere fantascientifico, scritto dal giornalista inglese Roy Lewis, che narra le vicende di un gruppo di cavernicoli dell’Africa centrale del tardo Pleistocene, le loro lotte per sopravvivere ed evolversi. Tutto però è esposto in modo umoristico, spesso facendo uso di anacronismi per scherzare su argomenti attuali che il lettore vede trasportati nell’Africa preistorica”. Ho voglia di leggerlo. Inizia il mio viaggio.


4 – LE TAPPE
L’altoparlante dello scompartimento, sebbene discreto, mi disturba proprio mentre mi rendo conto che la vera evoluzione di quegli ominidi è partita da quando si sono resi conto delle potenzialità del fuoco. Il treno sta per entrare nella stazione di Cremona. Io sto viaggiando in treno e loro dovevano camminare per kilometri per andare vicino ad un vulcano a procurarsi il fuoco se il loro falò davanti alla caverna si spegneva per una disattenzione.
Certo questo elemento così strano, caldo tanto da scottarsi se lo tocchi, aveva portato loro enormi giovamenti; non solo a livello fisico, essi infatti potevano difendersi dal freddo in maniera efficace, ma anche dominare sulle belve che prima di allora facevano banchetti dei loro nuovi nati e soprattutto sopraffare i gruppi di ominidi rivali scacciandoli dalle caverne migliori.
Quando sto per arrivare a Parma sento il profumo di pollo alla griglia; gli ominidi hanno scoperto che la selvaggina può essere cotta, insaporita con spezie, mangiata, ma soprattutto digerita con molta più facilità. Ed ecco che, scomparendo le inevitabili gastriti, i protagonisti di questo libro migliorano il loro umore, diventano meno violenti e si accorgono che possono compiere un altro passo essenziale verso l’evoluzione, cercare compagni e compagne in altri gruppi.
Ancora quell’altoparlante. Sono a Modena e ormai tutto è compiuto. Fanno la loro comparsa i primi utensili, gli archi, e gli intrighi amorosi. L’autore mi fa capire che gli ominidi si sono trasformati in qualcosa di molto più simile a noi: sapiens? Non lo dice, ma conclude la sua fatica con una frase lapidaria:
FINE DEL PLEISTOCENE
come a dire, adesso ha inizio la storia dell’uomo.
Chiudo il libro e guardo sorridente la copertina quasi a dirgli, mi sei piaciuto, ti ho letto in paio d’ore ed è già trascorso tutto il pleistocene.
Questa è sicuramente fantascienza, ma al contrario del solito, invece di essere proiettata nel futuro, si rivolge al passato; che bella idea che ha avuto questo Lewis.
Da cattolico quale sono non riesco ad accettare l’ultima finissima allusione dell’autore, ma capisco anche che all’epoca della stesura del libro non era chiaro come lo è adesso che l’uomo non discende dagli scimmioni del pleistocene. Tutte le ipotesi evoluzionistiche fatte in passato non hanno avuto riscontro in alcun anello di congiunzione tra i sapiens e i suoi presunti predecessori.


5 - BOLOGNA
Eccomi arrivato. Scendo dal treno e non posso fare a meno di pensare alla strage di qualche anno fa; erano violenti gli erectus, ma anche noi…
Di fronte al porticato della stazione il traffico impazzito mi riporta alla caotica realtà dei nostri giorni e mi chiedo da che parte arriverà Guido.
Una mano spunta dal finestrino di una Multipla nera, rispondo al saluto e l’auto si ferma nell’unica posizione possibile per non bloccare tutte le altre in transito. Ancor prima di accennare a salire Guido mi viene incontro, allarga le braccia e ci stringiamo in silenzio, in mezzo a tutto quel caos probabilmente sembriamo un fatto improbabile, come un unico papavero in un campo di grano. Ho la pelle d’oca, mi sto emozionando; da quanto tempo non saluto qualcuno abbracciandolo? Non lo so e non mi interessa, mi godo quel momento così intenso e intimo in mezzo a decine di persone che non vedo e non sento.
Decidiamo di passare un paio d’ore insieme a base di ricordi. Turni di guardia, poligono di tiro, persone che non abbiamo più visto, la caserma di Orvieto che non è più una caserma, divise d’ordinanza, la puntura nel petto, il sottotenente bastardo e via così fino a quando lui nota il libro che spunta dalla tasca del mio giaccone. Mi chiede di cosa parla e alla mia risposta esclama: “Il più grande uomo scimmia del pleistocene, l’ho appena letto”. Ci guardiamo stupiti per la coincidenza e cominciamo a fare delle considerazioni.
Abbiamo valutato come tanto il tempo trascorso dai tempi della naja a questo incontro, ma entrambi pensiamo agli ominidi e quel tanto tempo diventa solo un attimo nella storia del tempo. Il nostro chiccherio straripa dal suo corso e ci sorprendiamo ad osservare la terra dall’alto costringendoci a pensare che siamo circa sei miliardi di cosmonauti in viaggio verso l’ignoto sulla più bella navicella spaziale che esista…e non c’è nessuno ai comandi. Tramite noi uomini e la nostra sete di sapere, grazie a grandi menti che vogliono a tutti costi capire, l’universo ha preso coscienza di sé stesso e si tributa un grandissimo applauso, forse non tramite tutti gli uomini, ma io e Guido stiamo sicuramente battendo le mani.
Questi ragionamenti ci portano lontano e soprattutto mi accorgo troppo tardi che, tanto o poco che sia, il tempo passa, il cielo si sta già facendo buio. Il mio impegno alla fiera è saltato, è già ora di risalire sul treno.
Di nuovo un sincero e sentito abbraccio con Guido. Mi avvio verso l’ingresso della stazione, il mio treno è già li ad aspettarmi.
FINE DELLA GIORNATA

14 settembre 2009

Colpo spettacolare

Semifinale US OPEN 2009. Djokovic vs Federer.

9 settembre 2009

Djokovic vs Mc Enroe

Dopo aver battuto Stephanek, Nole si scusa col pubblico per aver fatto "troppo in fretta" e invita SuperMac a scendere in campo. Il grande John accetta. Mentre sta scendendo Nole imita il suo servizio. Mc Enroe ricambia il "favore" una volta in campo...!!!

20 agosto 2009

In montagna

Anche quest'anno siamo ritornati a Fiè allo Sciliar (Bz).
Vi mostro qualche scatto ai tradizionali costumi che i locali sfoggiano nella ricorrenza della Madonna Assunta patrona del paese, durante la processione religiosa (Ferragosto)











Fiè allo Sciliar è un paese nel quale i momenti importanti della giornata sono scanditi dal suono delle campane, si comincia alle sette del mattino con tre serie da 16 rintocchi!!!! evia così con questi due campanili!!!!



...e poi come sempre natura e divertimento...





e l'immancabile temporale...

20 giugno 2009

Lavori in corso?

Si, ci sono dei lavori in corso come detto nel precedente post che riguarda l'acquario, ma...lavora solo la vasca! Io mi sto limitando ai cambi acqua settimanali e alla fertilizzazione.
Lo scalare nero è passato a miglior vita quindi ho inserito di nuovo qualche caridina japonica (i gamberetti) e tre platy che spero non comincino a figliare.

A sinistra il cespuglio di microsorum e rotala rotundifolia si è formato e ha raggiunto le dimensioni che speravo, mentre la pogostemon va un pò più piano. A destra ho lasciato un bel pò di spazio riservato al nuoto dei pinnuti.

La rotala...respira

3 maggio 2009

30 marzo 2009

20 marzo 2009

Vecchia vasca, nuovo layout

Mi sono reso conto che la vasca dell'ufficio era troppo trascurata e stava diventando un acquitrino quindi...l'ho vuotata. Le rasbore hanno traslocato nella vasca di casa che si è trovata in sovraccarico; conseguenza, una bella invasione cianobatterica che mi ha costretto a una drastica cura a base di eritromicina e dieci giorni di buio totale. Piante ko, insomma tutto da rifare.
Il bel legno che avevo in ufficio mi ispirava anche in altre posizioni...




ma in entrambi i casi il grosso nodo risultava troppo evidente e visibile purtroppo dalla parte del taglio.
Poi un'idea. Microsorum che radica direttamente sul legno e rotala rotundifolia intorno a coprire il nodo in modo che una volta cresciute le piante si dovrà vedere un bel cespuglio di rotala con le foglie del microsorum che spuntano a caso dal cespuglio. Alla base, nelle adiacenze del legno vorrei riempire con un pratone di pogostemon helferi che va scalando verso la parte destra dell'acquario.
I lavori sono in corso...

7 dicembre 2008

Panorami

Ieri, sabato, io Norby e Ugo eravamo decisi ad andare ad arrampicare in un settore della Maddalena poco frequentato, IL ROCCOLO, ma, complice il freddo, il mio livello di stordimento (io ci ero già stato!!!) e le indicazioni approssimative...abbiamo ripiegato sul settore RADAR. Per me una buona prestazione, un 6a, un 6b e fino al penultimo spit di un 6b+ (poi ripetuto per intero da secondo) ma la cosa bella è stato lo spettacolo di visibilità che c'era al ritorno; le foto che seguono sono state scattate verso O-N-O purtroppo con la macchinetta che tengo in auto e non con la Nikon D4O.
Come sempre, cliccando sulle foto, si vedono meglio.



26 novembre 2008

NEVE

Per fortuna questo letto è piazzato proprio di fronte alla finestra e da qui riesco a vedere i monti davanti a me, se fosse stato adiacente al muro avrei potuto solo fissare la parete. Posso muovere solo le pupille, le labbra e qualche altre parte del corpo come le dita, soffro perfino a respirare, questa volta sono messo davvero male, ma so che ho solo bisogno di tempo.Appunto, di tempo, ma è già due mesi che sono immobile a letto e comincio a essere un po’ stufo. E non è nemmeno la prima volta. In compenso ho molto tempo per pensare.Quando ero bambino le montagne mi affascinavano parecchio, passavo delle mezz’ore ad osservare la loro maestosità, mi arrampicavo sul grande masso del giardino e da li seguivo il loro profilo da est a ovest fin dove lo sguardo me lo permetteva, poi tornavo indietro e il massimo era quando il vento spazzava i crinali bianchi sollevando striscioni di neve.
Che bella la neve, ha sempre accompagnato i miei momenti più importanti. E me sono accorto solo in questi mesi di degenza durante i quali ho passato in rassegna la mia vita; e ho pianto. Mi ero dimenticato di cosa volesse dire piangere, non mi capitava da quando ero piccolo. Come mai non ho più pianto? Non ne ho avuto motivo? O di motivi ce ne sono stati, ma sono un duro, poco sensibile, o forse, essendo il pianto una forma di comunicazione, posso definirmi un orso, poco incline a scoprirmi…mha, forse avrò tempo per scoprirlo. Non ora però; si sta aprendo la porta della mia stanza e so che mi aspetta la mia razione di serenità quotidiana. Infatti il sorriso di mia moglie mi saluta, si apre in un “ciao” che è più efficace di qualsiasi antidolorifico. E’ sempre stato così, fin da quando ci siamo conosciuti, parecchi anni fa. Il mio amico di sempre aveva convinto lei e una sua amica a venire in falesia, abbiamo portato le corde su due tiri facili e io le ho fatto sicura; era la prima volta che toccava il calcare ma, pur con la corda dall’alto saliva spedita, agile come non avevo mai visto fare a un neofita. Mi sorprese, e ne fui subito attratto. Alla fine di quella fredda giornata salimmo in auto e quando ci fermammo davanti a casa sua le chiesi di rivederla; mi sorrise e accettò. Ripartii felice accendendo il tergicristallo della mia utilitaria; stava iniziando a nevicare.Io e mia moglie siamo coetanei, al tempo del nostro primo incontro eravamo giovani, pieni di idee, atletici; poco più che ventenni abbiamo cominciato a fare sport insieme; arrampicata, bici, sci, non stavamo mai fermi e c’era feeling; abbiamo iniziato ad amarci senza accorgercene, senza dircelo, ma eravamo consapevoli di ciò che ognuno provava per l’altro. Ora che sono passati quasi vent’anni è ancora così. Ma nel tempo qualcosa è cambiato, quante volte ci siamo detti “ti amo”, quante volte ci siamo accorti della grandezza del nostro amore e ce lo siamo detti.Già, ma allora non sono così orso.La prima volta che le ho detto ti amo eravamo in vacanza sulle alpi altoatesine. Era dicembre e la seggiovia che ci portava verso il rifugio Panorama si bloccò per un guasto e restammo li, a penzoloni sulla pista per quasi mezz’ora. Per fortuna ci avevano fornito una coperta prima di salire, così, sotto quella improvvisata tenda di lana la guardai negli occhi e glielo dissi, ti amo. Di nuovo quel sorriso che mi aprì il cuore e un bacio. Nevicava; molto.Oggi è venuta senza i bambini, per forza, è mattina e sono a scuola. Mi sostiene in questi momenti difficili, mi incoraggia, so che non approva fino in fondo la mia attività di chiodatore che mi ha portato a questo secondo grave infortunio, ma non mi ha mai chiesto di non farlo, di smettere. Mi rendo conto che soffre nel vedermi soffrire, soffre nel non avermi a casa, soffre del fatto che i bambini non hanno il mio saluto prima della nanna e io mi sento un po’ in colpa per tutto questo. Vorrei dirglielo, ma so cosa farebbe; il suo indice comincerebbe a premere le mie labbra e il suo sorriso, si, di nuovo il suo sorriso mi direbbe senza voce che lo sa già, che non c’è bisogno che mi sforzi per esprimermi. Ma io ho bisogno di sforzarmi, non certo fisicamente, ho il dovere di dire cosa provo. Non oggi, è già un’ora che è qui con me e devo iniziare le visite di rito, quindi mi saluta, mi sorride e se ne va.Al tempo del primo infortuno i bambini non erano ancora nati. Una doppia troppo veloce, cosa mi costava fare il nodo ai due capi, nulla, eppure non li ho fatti e la corda è finita troppo presto; lei è rimasta appesa, e io sono piombato nel vuoto. Era la penultima doppia e da circa venticinque metri da terra ho immediatamente pensato che fosse arrivata la mia ora. Dicono che in certi momenti, quando la morte è vicina, ti passano davanti le immagini di un’intera vita. Per me non è stato così. Ho ancora davanti a me la vista della corda che si allontana e ricordo perfettamente di avere battuto la prima volta sulla parete leggermente appoggiata. Questo urto mi ha allontanato dalla roccia e sapevo che questo era un bene perché la base della via era piatta e rocciosa, mentre se fossi atterrato anche solo un metro e mezzo oltre, avrei incontrato alberi e arbusti su una ripida discesa. Infatti fu così. Arrivai su un albero, con le braccia istintivamente protese in avanti, spezzandone un ramo che andò a conficcarsi nel mio fianco e si infilò nella mia carne fino a bucare un polmone. Cacciai un urlo terrificante e nel cadere da quella pianta il ramo si estrasse da solo; cacciai un secondo urlo e mi resi conto di sbattere la faccia per terra. Mi sono risvegliato in ospedale, sinceramente sorpreso di essere ancora vivo con un polso spezzato, un buco nel polmone, lividi e croste da tutte le parti e la faccia che sembrava una bistecca di cavallo fatta alla griglia, ma tenuta al sangue. In parte al mio letto c’era lei; mi sorrideva. Ho cercato di salutarla ma non mi usciva la voce, allora ho cercato di alzare il braccio per farle un cenno, ma fu come ricevere un colpo di mannaia sulla mano. La mia bistecca al sangue deve avere fatto una brutta smorfia dalle parti della bocca perché mia moglie smise di sorridere; capivo che soffriva con me. Non ci arrivai subito, ma in seguito capii con sicurezza di essere la causa di quella sua sofferenza.Non smise di sorridere perché aveva visto il dolore, smise di sorridere perché aveva visto il mio dolore.Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello di smettere di andare su roccia, anzi, non vedevo l’ora di rimettermi in forma per ricominciare. Ne parlai con lei il giorno che mi dimisero; mi rincuorò dicendomi che è con una reazione così decisa che si affrontano le proprie paure e i propri momenti di incertezza. Quel giorno mi convinsi che qualunque cosa mi fosse successa, avremmo sempre continuato ad avere del feeling, ad amarci e quella volta fui io a sorprenderla; le chiesi se non fosse venuto il momento di pensare ad un figlio. Non ho mai più visto quell’espressione felice, commossa, sorpresa, consapevole e viva sul suo viso. Mi abbracciò forte fino a farmi dolere il costato ancora bendato, poi mi aiutò ad uscire dalla porta dell’ospedale. La strada era bianca. Stava nevicando già da un po’.
Sia alla nascita del primo, che della seconda il cielo era viola e mandava sulla terra cristalli esagonali gelati. La neve. Sempre presente nelle occasioni più significative.E oggi sono ancora immobile, in un letto di ospedale ad aspettarli. Portano una ventata fresca in questo ambiente abbastanza triste. Sono spettacolari i miei figli. Non si sono resi conto che anche stavolta ho rischiato di morire per una superficialità, per una corda tagliata dalla roccia, per un errore che non avrei dovuto commettere. Sono uno sfigato che si è fatto molto male per due volte o sono fortunato a essere rimasto vivo? Non lo so, ma mi vengono i brividi a pensare che avrei potuto lasciarli soli. In fondo sono ancora piccoli e hanno bisogno anche di un padre. E se fossi morto? In parecchi piangerebbero la mia scomparsa. I miei genitori, i miei bambini…e lei? Lei che mi accompagna da sempre con infinito amore, con rinnovato amore, ogni giorno, con quel suo sorriso rivitalizzante…no, non posso morire, non devo morire. E’ vero che tutti siamo indispensabili, ma solo fino a quando ci siamo, poi il mondo farà a meno di noi, inevitabilmente, ma io…io voglio restare con loro, li voglio amare, voglio ricevere il loro amore.Eccoli, sono arrivati. Tutti e tre, mia moglie e i miei figli; e io ho deciso, non rischierò di renderli soli per una banalità, per un errore. Non li farò più stare in pensiero uscendo di casa con corde, moschettoni, trapano ecc. E oggi glielo dirò, e poi dirò loro, ad ognuno, sussurandoglielo in un orecchio, che li amo, profondamente e con sincerità. E’ una decisione presa.Mentre metto a punto tutto questo in una frazione di secondo, il mio sguardo si perde dietro il vetro della finestra e mi accorgo di una cosa: sta nevicando.

23 novembre 2008

Premio letterario "Attilio Tabaglio"

Verso la fine del 2007 noto su "Il giornale di Brescia" un articolo che parla del premio letterario "Attilio Tabaglio" che invita tutti i residenti in lombardia a inviare un racconto per partecipare alla manifestazione.
E' da qualche anno che sto scrivendo brevi racconti (alcuni dei quali postati qua sul blog) ma non ho mai avuto un giudizio da un "addetto ai lavori", così decido di partecipare. Chiamo il comune che organizza l'evento, Concesio, apprendo le modalità di partecipazione, consegno le copie necessarie e non ci penso più.
Dopo quasi un anno mi giunge una telefonata dalla segreteria del comune che mi comunica a bruciapelo che sono risultato il vincitore della mia categoria (dai vent'anni in su). Un attimo di silenzio e penso ad uno scherzo di uno dei pochi amici che sa della cosa, poi invece mi rendo conto che è vero. Ho un attimo di felicità, sono contento, ma dentro di me cerco di sminuire la cosa...in fondo si tratta di una iniziativa locale. Ma mi sbaglio, cerco informazioni e mi rendo conto che invece questo premio letterario rappresenta qualcosa di importante, soprattutto per me.
Il giorno della premiazione appare sul giornale la locandina

...cavolo, anche Piero Dorfles...e la lettura "attorale"
La serata della premiazione è stata organizzata benone, tra una lettura e l'altra dei primi racconti classificati c'è un intermezzo musicale (una cantante, un violino, un violoncello e una chitarra), la lettura attorale fa venire i brividi...poi la premiazione vera e propria...


Alla fine della serata è successa la cosa più incredibile e veramente imbarazzante; un sacco di persone mi hanno avvicinato per complimentarsi, per commentare, per farmi le congratulazioni e io che non riuscivo a credere a questi momenti di "piccola celebrità".
Insomma una bella serata.
Dimenticavo: il racconto lo trovate cliccando "racconti" nelle etichette a destra

17 novembre 2008

Ancora Rogno

Era un pò che non tornavamo a Rogno in Valcamonica, così, senza fare troppi programmi domenica mattina io e Franco siamo in paese poco dopo le 8 del mattino. Visto che la macchina segna +2°C decidiamo che un cappuccio caldo può farci bene in attesa che il sole baci la ruvida roccia dei pilastri. Ci avviamo verso il pilastro dei pitoti da dove parte "Anestesol Sublime"; la fotocopia che abbiamo per le mani non da molte indicazioni e ci dice solo un generico 6b, quattro tiri da 40 metri. Mha, a guardarla da sotto non sembra affatto un 6b, sembra molto appoggiata e si intravedono alcuni brevi stapiombi...il 6b sarà li ci diciamo. Pronti via.
Arrampicata subito piacevole, le scarpe stanno dove le metti, sulle mani si sente la bella rugosità della roccia non unta. Scopriamo che i pochi passaggi del grado dichiarato sono nel secondo e nel quarto tiro, il resto è un quinto, a tratti anche meno.
Il sole scalda bene le nostre schiene e i due gradi di qualche momento prima sono solo un ricordo; il cielo è terso e si vede l'Adamello innevato.
In sommità notiamo che a pochi metri c'è un'altro pilastro, andiamo a vedere e scopriamo che da li parte un'altra via e decidiamo di farla; altri 40 metri di goduria e una volta in sosta altri 40 metri di via...insomma 6 tiri di corda tutti intorno ai 40 metri che, anche se facili, ci hanno fatto sudare e godere.

Il corno Pagano, dietro il quale ci sono alcune vie storiche di Rogno

Franco in posa per le sue fans (la più sfegatata delle sue fans si chiama Maria Stella, pare che abbia chiodato una via chiamata "Spit Unico")


Belle anche le doppie
Alcuni dati: noi abbiamo usato una corda da 70 metri e le doppie sono risultate tutte al limite, anzi, per il primo tiro abbiamo dovuto arrampicare all'indietro per circa tre metri. Quindi se avete una corda più corta...procuratevene una più lunga o due mezze. Casco consigliato. I tiri facili sono chiodati lunghetti (tipico di Rogno) ad esempio sul più facile c'erano 4 spits in 40 metri...
Io la consiglio.