Erano passati dieci anni ma si ricordava perfettamente la strada sterrata che portava a casa sua. Disegnava il proprio percorso passando sotto una piccola falesia; nel punto più alto raggiungeva solo dodici metri di altezza e proprio lì egli aveva piazzato la prima sosta della sua vita. Un lavoro preciso e pulito, con i fori praticati senza ausilio del trapano e gli anelli metallici fissati con la resina; sotto, una fila di cinque spits regalava ai pochi che conoscevano il posto, una breve e facile via che lui stesso aveva valutato 5b e chiamato “rosa canina”.
Alzò lo sguardo che andò a posarsi in quel preciso punto e con sorpresa vide che la catena c’era ancora e brillava al sole, segno che qualcuno ne faceva uso; anche gli spits non erano arrugginiti. Fu proprio in quell’istante che sentì sbuffare. Si voltò leggermente e notò un ragazzino che faceva traversi a pochi centimetri da terra. Era imbragato, ma solo, così, prudentemente non si sollevava troppo dal suolo.
Posò lo zaino a terra e si accomodò sullo steccato che delimitava la strada bianca; decise di fermarsi un po’ a guardare quel bambino che si muoveva con discreta padronanza sul pezzo di granito.
Ripensò a quando anche lui faceva la stessa cosa molti anni prima, già, quanti anni prima? Con un rapido ragionamento calcolò che allora doveva avere più o meno dieci anni, che a venticinque se ne era andato ed erano passati altri dieci anni prima di quel preciso istante. Erano passati venticinque anni? La cosa lo sorprese un po’, ma ciò che lo sorprese di più fu il fatto di accorgersi che erano dieci anni che mancava da casa.
La sua baita. Praticamente l’avevano costruita lui e Rebecca con legno e granito, una grande stufa a riscaldare i locali nei freddi e nevosi inverni, molto amore e anche una baita di montagna raggiunta solo da una strada bianca può diventare una reggia.
Poi una mattina le disse: “Vado ad arrampicare, ci vediamo stasera”
“Rudy”
“Si”
“Torni solo o con qualcuno? Devo preparare la cena solo per noi?”
“Solo per noi”
Era di ritorno solo ora, dopo dieci anni.
Chissà se Rebecca era ancora li, se la sua casa c’era ancora. Si era alzato dalla staccionata per fare ancora qualche passo e rispondere a quegli interrogativi quando sentì una voce: “Mi fai sicura su un paio di vie?”
Evidentemente la sua aria svogliata gli aveva dato l’impressione che un po’ di tempo da dedicargli forse ce l’aveva e il moschettone attaccato dietro lo zaino aveva legittimato la proposta.
“Certo, lasciami il tempo di mettere l’imbrago e sono da te”
Rudy scoprì presto che di catene ce n’erano cinque e che le vie che lui aveva tracciato si erano moltiplicate per l’opera di qualche turista. Quanto tempo era che non arrampicava in quel posto? Avrebbe voluto farlo ma la differenza di peso con quel bambino non glielo permetteva, così si abbandonò ai ricordi.
L’ultima volta che si era appeso a quel granito risaliva a poco prima della tragica scomparsa dei suoi genitori. Due montanari dediti all’allevamento e alla lavorazione artigianale del latte. Lo avevano abituato presto ad occuparsi delle bestie e a lavorare il caglio per ottenere il formaggio che così facilmente si vendeva ai turisti e alle gastronomie della zona. Avevano cercato di infondere in lui il senso del dovere e della famiglia, avevano spesso spiegato a quel ragazzo che la vita urbana gli avrebbe tolto la libertà di rintanarsi in un bosco a meditare ogni volta che avrebbe voluto e che stando in città avrebbe certo dimenticato cosa vuol dire vagare libero per i monti per giorni interi senza nessuno intorno e comunque non sentirsi solo, ma anzi, un tutt’uno con la natura.
Ma ciò che più di ogni altra cosa quella vita agreste impresse nell’intimo del suo essere, fu il senso della libertà, tanto che se non riteneva giusto ciò che i genitori gli chiedevano di fare, lui non lo faceva, e questo fu spesso motivo di aspri confronti, soprattutto con suo padre. Nonostante ciò la sua infanzia e la sua adolescenza scorsero serene.
Aveva un amico, Samuele, che divideva con lui le giornate spensierate ad arrampicarsi sui massi di granito e poi, ad aprire vie vere e proprie nelle falesie della zona. Iniziarono anche a fare qualche via lunga sulle dolomiti, così a portata di mano.
Avevano la stessa età, e poco prima di diventare maggiorenni, i genitori di Rudy, di ritorno dall’alpeggio con una ventina di vacche, furono sorpresi da un violento temporale; sapevano benissimo come comportarsi in simili situazioni, ma il fato volle che in quell’occasione fossero folgorati da un fulmine, entrambi, all’improvviso, senza possibilità di scampo.
Rudy ricordava perfettamente il momento in cui venne a sapere dell’accaduto. Fu Samuele a portargli la notizia; lo raggiunse nella stalla mentre era intento alla pulizia del locale che doveva accogliere le vacche.
“E’ successa una brutta cosa Rudy”
Cosa mai poteva succedere di brutto? Niente di brutto era mai successo in quella valle da quando era nato eccetto una piccola slavina che qualche anno prima aveva portato via un fienile. Nessuno gli aveva mai parlato in maniera seria di eventi tragici e anche l’eventualità della morte lo vedeva fortemente distaccato, come fosse un evento che non lo riguardasse; non aveva mai conosciuto i suoi nonni, scomparsi molto tempo prima che lui venisse alla luce e i lutti in paese avevano riguardato persone che conosceva ma non frequentava.
Quando finalmente Samuele glielo disse, volle sapere dove si trovavano i suoi genitori e corse a vederli. Non poteva immaginarsi i corpi inanimati di quelle due persone; non gli avevano forse donato la vita? E allora come potevano essere morti? Come poteva qualcuno di loro avere dei limiti, anche temporali? Non ci aveva mai pensato, non ci aveva mai ragionato. Quali limiti poteva avere un uomo sulla terra? Avrebbe potuto correre all’infinito, camminare per sempre senza mai fermarsi…
Ma sono poche le persone che hanno avuto il privilegio di poter vedere la terra in uno sguardo solo, gli astronauti. Loro hanno potuto rendersi conto che la terra ha dei confini, è una sfera finita. Nessun altro ha potuto constatare con un solo sguardo i confini della terra e questo fatto ha portato a delle crisi interiori molti uomini tornati dallo spazio.
La constatazione che i sui genitori erano di fatto privi di vita, lo scosse in modo talmente profondo che non riuscì nemmeno a piangerli. Provvide a tutto ciò che necessitava per portarli fino al piccolo cimitero di montagna con una freddezza incredibile e ricominciò a lavorare come da tempo aveva imparato a fare, anzi, con un piglio così imprenditoriale che arrivò ben presto a fare lavorare gli altri per lui.
Ebbe così sempre più tempo per fare ciò che voleva, cioè arrampicare. Non si negava mai nulla, convinto che la morte l’avrebbe potuto raggiungere in ogni momento così come aveva raggiunto i suoi vecchi.
“Allora? Guarda che se non hai voglia di farmi sicura continuo a fare traversi…”
“No no, scusa, mi ero un attimo distratto”
Eseguite le operazioni di rito cominciò a fare sicura a quel bambino che con discreta padronanza dei movimenti, si innalzava sul monolito di granito. Si sorprese a pensare che anche lui poteva avere un figlio più o meno di quell’età; ma quando era maturo per poter mettere in cantiere l’idea della procreazione se ne era andato, lasciando Rebecca sola.
Rebecca. In quei dieci anni non si era mai fatto vivo con lei. Era partito senza avvisare e casi fortuiti l’avevano portato a girare per il mondo. E adesso stava tornando così come era partito, senza dire nulla. Chissà quanto l’aveva fatta soffrire; d’altra parte era stato sempre chiaro con lei, l’arrampicata prima di tutto.
L’aveva conosciuta nella birreria del paese. Lui e Samuele facevano i cretini con le ragazze che entravano nel locale scrollandosi la neve dalle giacche, ma quando entrò lei in quel locale Rudy ebbe un attimo di esitazione. Fu subito colpito dal suo modo di fare così sicuro; gesti decisi per compiere qualsiasi azione, dal togliersi la giacca al chiamare le ordinazioni. Il suo sguardo era penetrante e i lineamenti gentili erano decisamente in contrasto con il suo atteggiamento quasi autoritario, si capiva subito che era lei la leader del suo gruppo di amiche.
Al primo incrocio di sguardi tra i due si intuì un interesse reciproco, non proprio un’attrazione, ma qualcosa che ci andava molto vicino. Avevano entrambi vent’anni e a ventidue vivevano già insieme in un piccolo maso messo su con le proprie forze, più fisiche che economiche anche se non erano certo i soldi a mancare dalle loro tasche. Era stato il piacere di costruirlo insieme a far si che il risultato fosse a dir poco sorprendente; nessuno avrebbe detto che quell’abitazione era stata costruita praticamente senza ausilio di mezzi meccanici.
Avevano intuito e poi capito cosa fosse l’amore sulla propria pelle, con la propria esperienza, o almeno a lui pareva che fosse così, e in effetti vivevano in serenità, conducendo una vita abbastanza agiata ma non priva di impegni.
Avevano vissuto insieme cinque anni prima che Rudy se ne andasse senza un apparente motivo.
“Ok, ti ringrazio, ma ora devo andare a casa. A proposito, come ti chiami?”
“Mi chiamo Rudy, e tu ti chiami Marcello, l’ho letto su tuo cappellino”
“Si, mi chiamo Marcello. Abiti da queste parti? Non ti ho mai visto in giro…”
Non sapeva cosa rispondergli. Era via da troppo tempo e in quel tempo non si può certo dire che avesse avuto una dimora; più di sei anni li aveva passati come un selvatico nella valle di Yosemiti, sempre attento a non farsi beccare dai rangers che allontanavano tutti coloro che non avevano il permesso di campeggio, e altri quattro anni in giro per Nepal e Tibet (sempre come clandestino) per aggregarsi alle varie spedizioni che tentavano di scalare i vari ottomila.
“Si, abito da queste parti, ma è un po’ di tempo che sto all’estero…”
Mentre conversavano Rudy si accorse che stavano lo stesso percorso e pensò con aria sconsolata che il suo maso che dieci anni prima era l’unico in fondo alla strada, ormai non doveva più essere il solo di quella zona. Chissà quanti ne avranno costruiti in tutto questo tempo.
“Ci vediamo” Il bambino si congedò e si mise a correre verso casa, sparendo dietro i pini che costeggiavano la ghiaia bianca che segnava il percorso.
Rudy proseguì camminando con lentezza. Solo in quel momento realizzava che stava tornando a casa e un turbinio di pensieri gli sconvolse la testa.
E se Rebecca avesse venduto tutto, azienda compresa?
Magari poteva essere partita per chissà dove, proprio come aveva fatto lui. Certo lei lo avrebbe fatto con maggior avvedutezza, lui invece era partito e sparito, come se fosse morto, non aveva più avuto contatti con nessuno, né aveva utilizzato carte di credito che avrebbero potuto rivelare la sua presenza in qualche posto del mondo, non aveva più utilizzato il telefono portatile, più nulla, sparito.
Si chiedeva solo in quel momento il perché della sua latitanza. Avrebbe potuto tenersi in contatto, avrebbe potuto avvertire che se ne stava andando, avrebbe potuto far sapere che aveva rischiatola vita nelle tremende bufere di neve che imperversavano alle pendici degli ottomila himalayani, avrebbe potuto fare tante cose che invece non aveva fatto. Solo ora si sentiva in colpa per il suo comportamento. Aveva agito così aggrappato al fragile alibi che aveva sempre raccontato a tutti: l’arrampicata prima di ogni altra cosa. Si ma il rispetto per chi lo amava? Ecco, aveva sempre vissuto da uomo libero, ma non rispettoso. Cercava di assolversi in qualche modo, di giudicarsi in maniera positiva, ma sentiva che quel cercare scusanti lo rendeva ancora più colpevole.
E se invece Rebecca fosse stata ancora lì a portare avanti l’attività? Sarebbe stato possibile che aspettasse ancora un suo ritorno?
Un atroce mal di testa, come quello che aveva provato salendo troppo in fretta all’ultimo campo prima dell’ascensione decisiva al Nanga Parbat, lo colse improvvisamente, così decise di smettere di pensare e di porre fine a quei dubbi. Ancora pochi passi e si trovava fuori dello steccato che delimitava il grande prato del suo maso. Tutto sembrava immutato. Dal camino usciva del fumo e i fiori nei vasi appesi al portico erano ben tenuti. Sulla destra dell’abitazione la legnaia era ben rifornita con i pezzi dei rami delle conifere disposti in bell’ordine e pronti per l’inverno. A sinistra invece lo stenditoio era vuoto, ma le mollette colorate facevano concorrenza ai colori dei fiori.
Tutti indizi che portavano alla conclusione che la casa era certamente abitata.
D’un tratto dalla porta il legno uscì una donna che teneva una vaschetta in plastica piena di biancheria bagnata pronta ad impegnare i fili tesi e le mollette.
Rudy la guardò e non ci furono dubbi: era Rebecca. Lei fece ancora qualche passo prima di accorgersi di lui, poi alzò lo sguardo, lo vide, avanzò ancora un po’ e disse: “Cerca qualcuno?”
Sorpreso per non essere stato riconosciuto, cercò di immaginarsi il suo aspetto. Da venticinque a trentacinque anni si cambia parecchio, soprattutto se si è passati per quattro cime oltre gli ottomila, inoltre quando era partito non aveva quella folta barba che ora lo caratterizzava e una evidente cicatrice sul braccio destro. Non aveva potuto andare in ospedale a farsi dare dei punti in quanto in Yosemiti viveva da clandestino; le automedicazioni di quella ferita procurata durante una rovinosa caduta sul granito della Salathè avevano portato a quel disastroso risultato: una riga di carne rialzata di mezzo centimetro che correva dal polso fino al gomito.
“Rebecca, sono Rudy”
La sua voce no, non era cambiata affatto ed ebbe un effetto pietrificante su di lei. Immobile, sbiancò in viso, deglutì e i lineamenti si contrassero in una smorfia che lui non capiva se significassero rabbia, odio, stupore o cos’altro. I suoi occhi non si staccavano da quell’uomo che stentava a riconoscere. Il mastello di plastica rovinò per terra insieme alla biancheria bagnata. Poi riuscì a rilassare i muscoli del volto e si fece più vicina a lui, che dopo aver pronunciato il proprio nome non aveva più mosso ciglio. Se ne stava lì fermo come uno stupido, aspettava una reazione che non tardò ad arrivare.
Lei le si fece incontro con passo deciso e coprì la poca distanza che li separava in un attimo; alzò le mani e strinse i pugni con una violenza tale che le unghie le si conficcarono nel palmo della mano e cominciò a colpirlo sulle spalle e sul petto, e iniziò a lacrimare in un pianto isterico. Lui se ne stava immobile sotto quella gragnola di colpi che gli procuravano un immenso dolore, ma non alle parti colpite, bensì all’anima. Nonostante ciò rimase fermo, sentiva di meritarselo. Subiva passivamente e gli parve di non poter reagire come quando si trovava sotto una scarica mentre arrampicava su una cima dolomitica.
Lentamente Rebecca si calmò e appoggiata una guancia sul petto di lui, le sue mani sanguinanti scesero esauste lungo i fianchi, poi le rialzò per chiuderle dietro di lui in un debole abbraccio.
Come un allocco Rudy continuava a rimanere immobile, finchè lei:
“Non mi dici nemmeno ciao?”
A quel punto anche lui tentò un minimo di abbraccio, le sue forti braccia si incrociarono sulle spalle di Rebecca e infine l’abbraccio fu un vero abbraccio.
Erano entrambi scossi, ma per lui non era ancora finita.
Dalla stessa porta da dove era uscita lei arrivava ora un ragazzino. Lui lo riconobbe, gli aveva appena fatto sicura.
“Mamma, cosa succede?”
“Niente Marcello, niente”
Questa volta fu Rudy a sbiancare. Fissò Rebecca in quegli occhi che l’avevano fatto innamorare e le chiese: “Mamma? Hai un figlio?!?!”
Lei si aprì in un sorriso che lui ricordava benissimo. Glielo aveva regalato in ogni occasione lieta in cui lei gli faceva delle sorprese.
“Abbiamo un figlio” fu la replica.
Rudy dovette sedersi. In un attimo gli passarono davanti agli occhi gli ultimi dieci anni della sua vita, poi si abbassò una saracinesca su quei ricordi.
Se lei l’avesse voluto di nuovo con sé, non si sarebbe più mosso da quel maso.